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16 Giugno 2008

Da oggi Pensieri Sottili E=mc2 Tv ti permette di scegliere in tempo reale il filmato (documentario, interviste, filmati d’epoca originali, etc…) da vedere. Cliccando sul bottone on-demand potrai accedere alla lista completa dei filmati disponibili.

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Etimologia: professione

16 Giugno 2008

Professionalità e professionalizzazione traggono origine, il primo all’inizio del XX secolo, il secondo dopo il 1980, dal termine professione, che viene dal latino professione(m), con il significato di dichiarazione, attestazione, manifestazione e, quindi, di mestiere, professione pubblicamente dichiarata. Professione(m) deriva da professus participio passato del verbo profiteri = riconoscere, dichiarare apertamente, composto di pro = davanti e fateri = confessare, riconoscere, intensivo del verbo fari = parlare, dire, da cui anche fatum = profezia, vaticinio, ovvero ciò che è stato annunciato.

Personalizzazione è il dare un’ impronta personale ovvero l’adeguare alla persona, il personalizzare. Il termine deriva dall’aggettivo personale dal latino tardo personalis = che riguarda la persona. Il latino persona era la maschera che copriva il capo dell’attore in teatro, la quale era costantemente diversa secondo i personaggi (comico, tragico, ecc.) rappresentati tanto che finiva per individuarne il carattere: in conseguenza, il termine assunse il significato sia di personaggio sia di persona nella sua individualità. Si pensa che il latino persona derivi dal greco prosopon = maschera, volto, attraverso l’etrusco phersu = maschera.

Specificamente viene da specifico dal tardo latino specificu(m), formato da species = specie con l’aggiunta di -ficus = -fico, che, in parole di derivazione latina, significa che fa.
Specificatamente viene da specificato, participio passato di specificare, dal tardo latino specificare, formato da species con l’aggiunta di -ficare, equivalente, nei verbi composti, di facere = fare.
Il latino species è la vista, lo sguardo e, quindi, l’aspetto esterno ovvero ciò che appare e viene dal verbo specere = guardare.
Per la formazione del verbo guardare l’italiano si è rifatto al franco wardon = stare in guardia, ma ha utilizzato specere ed i suoi derivati latini, che si riferiscono alla radice indoeuropea SPEK (=guardare), per la formazione di diverse voci, quali specchio, spettro, spettacolo, aspetto, cospetto, dispetto e così via.

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Etimologia: fegato

11 Giugno 2008

Dizionario della lingua latina di Ferruccio Calonghi edizione Rosemberg & Sellier del 1957, vale a dire, ahimè, i tempi del liceo. Alla voce iecur , fegato in latino, si legge: “secondo la credenza degli antichi, sede dei sentimenti e delle passioni, particolarmente dell’amore sensuale e dell’ira”, in altre parole quello che per noi è il cuore. Ciò spiega chiaramente perchè ancora oggi si dice avere fegato nel senso di avere coraggio ( o non aver paura ). Ma perchè, se i Romani dicevano iecur , noi invece diciamo fegato?
È una storia che inizia in cucina ai tempi dei Greci e tramandata ai Romani. I nostri antenati, infatti, usavano ingrassare alcuni animali, in particolare le oche (qualche buongustaio avrà già l’acquolina in bocca, pensando al fegato d’oca o, magari, a un patè de foie gras ), nutrendoli con grosse quantità di fichi, cosicchè non solo facevano ingrossarne il fegato (iecur) ma davano altresì a quest’ultimo un gusto del tutto particolare.

E così il fegato degli animali ingrassati con i fichi fu detto dai Romani iecur ficatum ( i Greci dicevano sukaton da sukon, fico), ma mentre iecur si perse per strada, ficatum lasciò le tavole imbandite e finì per indicare quello che oggi noi chiamiamo fegato, ovverosia la grossa ghiandola dell’apparato digerente comune a tutti i vertebrati, uomo compreso, il quale non solo continua a mangiare il fegato d’oca ma spesso si mangia anche il suo o quantomeno se lo rode.

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Etimologia: Sandwich

6 Giugno 2008

Doppio appuntamento questo settimana con Etimologia, giusto per inaugurare la nuova categoria ;)

image Anche il giocatore più accanito poteva essere preso, al tavolo da gioco, dai morsi della fame ed allora il problema diventava di non facile soluzione: continuare il gioco, mentre la fame aumentava, o soddisfare questo elementare bisogno e dover abbandonare, anche se temporaneamente, il tavolo.
John Montague, conte di Sandwich, uomo politico inglese di successo del settecento (1720-1792), che era appunto un accanito giocatore di carte, dovette trovarsi spesso di fronte a questa difficile scelta, che si risolveva sistematicamente con il salto del pasto, finchè il conte (o il suo cuoco?) non ebbe la luminosa idea del panino imbottito, ovvero due fettine di pane con una pietanza nel mezzo, mangiabile utilizzando una sola mano, mentre l’altra poteva restare al servizio del gioco. Da allora il nome di Sandwich è rimasto legato, in tutto il mondo, a questa vivanda, che noi faremmo bene, comunque, a chiamare panino imbottito o, se si preferisce un termine solo, tramezzino.

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Etimologia: perchè si dice Taxi?

2 Giugno 2008

Inauguro oggi una nuova categoria: Etimologia delle parole! Gli scritti che presenterò, ogni settimana, sono realizzati da mio padre, appassionato di etimologia e scritti, secondo me, in modo simpatico e scorrevole. Vi chiederete se quest’argomento non entri in conflitto con il resto di questo Blog? Io credo di no…

TaxiMolte parole del nostro lessico hanno una derivazione dalla lingua latina e dalla lingua greca. Quando una parola è per metà latina e per metà greca, non importa quale delle due stia prima, si dice che è un ibrido, che sta, appunto, ad indicare una parola alla cui composizione concorrono elementi di diverse lingue.Con lo stesso termine, come è noto, si indicano fenomeni analoghi nel mondo degli animali ed in quello dei vegetali, quando gli uni o gli altri sono generati dall’incrocio di individui di razze o specie diverse ( asino + cavalla = mulo; cavallo + asina = bardotto; mandarino + pompelmo = mapo ).
Rimanendo nel campo delle parole, un esempio di ibrido è “automobile”, termine che a noi viene dal francese automobile, composto con il greco “autòs” = “sè stesso” e con il latino “mobilis” = “che si muove” e, quindi, “che si muove da sè”.
È una parola che ha avuto una gran fortuna anche se la lingua parlata ha prodotto per troncamento il termine ‘abbreviato’ di altrettanta fortuna “auto” che, anche senza il “mobile”, si muove pur sempre da sè. Automobile o auto che sia, c’è, comunque, bisogno di chi la guidi e cioè dell’ automobilista che, quando lo fa per mestiere, diventa un autista.
Un ibrido è anche “tassametro” e cioè il contatore applicato alle autovetture in pubblico servizio per determinare il percorso fatto ed, in conseguenza, la somma da pagare. Tassametro è, infatti, formato da un elemento latino medievale “taxa” = “tassa” (termine che non suscita certo sensazioni piacevoli) e da un elemento greco “mètron” = “misura”.
Le cose, per verità, andarono così. All’inizio del XX secolo (appena conclusosi ), quando cominciavano a diffondersi le autovetture pubbliche, per indicare il contatore di cui sopra stava diventando d’uso corrente il termine “tassametro” che, in francese, suonava “taxamètre”. Sennonchè, un filologo francese del tempo non apprezzò affatto questo ibrido e propose di riportare tutto a fattor comune della lingua greca, utilizzando come primo termine il greco “tàxis”, che oltre al significato principale di “ordine, disposizione, fila” aveva anche quello di “determinazione d’imposta” e, quindi, di “tassa”. In tale modo l’ibrido “taxamètre” diventò “taximètre” di derivazione tutta greca e la vettura ad uso pubblico su cui era montato fu detta “voiture à taximètre” che, per desiderio di abbreviazione, diventò dapprima “taximètre” e successivamente “taxi”.
In Italia, mentre fu mantenuto l’originario termine ibrido “tassametro “, fu invece adottato, per indicare l’autovettura in servizio pubblico, il francese “taxi” addolcito in “tassì”. Quest’ultimo ha figliato, in Italia, il “tassista” ovvero “autista di taxi”, mentre la lingua francese ha conservato il termine “chauffeur” per autista e “chauffeur de taxi” per tassita.

Una curiosità: chauffeur in francese significa “fuochista” e fu adottato per indicare chi guida una automobile per il semplice motivo che i primi esemplari di auto utilizzavano, come forza motrice, una macchina  (motore) a vapore, in quanto era l’unica fonte di energia disponibile fino all’invenzione del motore a combustione interna (motore a scoppio).

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Similitudini nei movimenti temporali e spaziali

25 Aprile 2008
PROLOGO

Il tempo è così fondamentale nella nostra vita quotidiana che comprenderlo può diventare una vera e propria ossessione. Ammesso, e non concesso, di riuscire in questa impresa è comunque interessante analizzarlo e studiarlo, in virtù della sua magica caratteristica di essere “presente” ma - di fatto - fisicamente “assente”.

La “scoperta” dello spazio-tempo, la struttura quadridimensionale emersa con gli studi sulla Relatività ristretta da parte di Albert Einstein, ha sicuramente permesso di fare un piccolissimo passo in avanti nella decifrazione del codice “tempo”. Non a caso, infatti, l’idea e la possibilità di trattare il tempo come un’altra dimensione spaziale ha spalancato tutta una serie di scenari davvero interessanti. Dalla fantascienza alla scienza, lo spazio-tempo ha giocato un ruolo fondamentale, unico appiglio per dimostrare la coerenza di talune ipotesi e fantastico argomento per la costruzione di romanzi e sceneggiature.

In tutta onestà, nonostante pochi lo ammettano, anche le nostre consute tre dimensioni - come siamo abituati ad intenderle - non sono del tutto comprese. Non parlo, ovviamente, di una comprensione matematica, la quale immagina e costruisce modelli matematici da una a enne dimensioni. Parlo di una comprensione pubblica o, se preferite, più profonda e assimilabile dalla maggioranza.

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Numeri magici

19 Marzo 2008

image

142.857 x 2 = 285.714 142.857 x 5 = 714.285

142.857 x 3 = 428.571 142.857 x 6 = 857.142

142.857 x 4 = 571.428 142.857 x 7 = 999.999

 

È facile osservare che le 6 cifre del numero compaiono, tra l’altro nello stesso ordine, anche nei risultati. Moltiplicando il numero «magico» per 7 si ottiene invece 999.999. Disponendo le cifre in cerchio e iniziando a leggere in un punto qualsiasi procedendo in senso orario si ottiene sempre un numero multiplo di 142.857: ecco perché questo viene chiamato numero ciclico. Forse avete anche osservato che sommando le due cifre opposte nella disposizione circolare si ottiene sempre 9. Queste proprietà appartengono a tutti i numeri ciclici: 142.857 è il più piccolo di questi e si ottiene dividendo 1 per 7 (e, naturalmente, considerando le prime 6 cifre decimali). Un altro numero di questo genere si ottiene dividendo 1 per 17: si tratta esattamente di 588.235.294.117.647. Dividendo 1 per 97, invece, si ottiene un numero ciclico di ben 96 cifre!

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Il Mago dei Numeri

6 Marzo 2008

image Il mago dei numeri è il professore di matematica che tutti avremmo voluto avere; simpatico, magico, giocherellone, sempre pronto a sfidarci senza che ce ne accorgiamo. L’autore, Hans Magnus Enzensberger, non è un matematico, tuttavia dimostra di essere un ottimo divulgatore verso il pubblico più giovane. Questo libro si può leggere «prima di addormentarsi» ma soprattutto è consigliato a chi ha da sempre «paura della matematica».
Insegnare la matematica può risultare impossibile a volte. Ci vuole un professore in grado di appassionare gli studenti, capaci di mostrare quanto la matematica sia radicata nella vita di tutti i giorni.
L’algebra, come la geometria e la trigonometria, sono materie complesse, soprattutto per chi le insegna. A chi non riesce a dimostrare che servono a tutti e non solo a gli ingegneri spaziali, scienziati o ai professori di matematica, l’impresa di far conoscere queste materie può diventare davvero ardua.
Una soluzione può essere quella adottata dal mago dei numeri, un diavoletto furbetto e - inizialmente - fastidioso, che irrompe nei sogni del piccolo Roberto, uno studente timoroso della matematica come tanti altri.image
Tra calcolatrici di morbida gomma, numeri che se ne vanno a spasso per il cielo, operazioni svolte su fantomatiche lavagne magiche, il mago dei numeri riesce ad intrappolare il piccolo Roberto, sfidandolo a giocare con la matematica.
Il libro è diviso in notti. Nel sonno, il diavoletto tempestoso, punzecchia e sfida il suo protetto. L’elevamento a potenza si trasforma in un numero che saltella, i numeri primi diventano i numeri príncipi, estrarre radici diventa saltare all’indietro, facile come estrarre una rapa.
Leonardi da Pisa, detto Fibonacci, si traveste nel signor Bonaccione, e ci mostra alcune proprietà magiche dei numeri.
Roberto, con il tempo, diventerà amico del diavoletto matematico, ma anche il lettore non potrà far a meno di apprezzarlo, soprattutto dopo aver svolto gli esercizi alla fine di ogni capitolo.
Il mago dei numeri è un testo per tutti, adulti e meno adulti. Indirizzato prettamente per un pubblico giovane, può comunque risultare illuminante anche a chi di matematica se ne intende seriamente. Questo è un testo che una scuola dovrebbe sicuramente proporre ai suoi alunni.

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L’uomo che amava solo i numeri

5 Marzo 2008

image Paul Hoffman, all’età di trent’anni, incontra Paul Erdös, una delle menti geniali del nostro secolo. In questo libro si ripercorre la storia di Erdös e della matematica, degli uomini, dei colleghi e degli amici di “uno strano tipo” dall’aspetto trasandato, incapace di vivere la sua esistenza senza essere accudito da qualcuno, ossessionato dalla matematica: la sua matematica. Tuttavia Erdös è un personaggio generoso, attento alle persone che lo circondano forse perché con loro, e solo con loro, può parlare continuamente di matematica.
Erdös è stato ospitato a casa di matematici in tutto il mondo, continuamente alla ricerca di nuovi teoremi e nuove sfide da affrontare insieme a tutta la comunità matematica, pronto soprattutto a spronare e consigliare gli altri matematici a lavorare su nuovi teoremi ed affrontare nuove sfide. Le tre ore di sonno sono sufficienti al genio instancabile, che teneva convegni di matematica anche quando fu ricoverato in ospedale per problemi di cuore, il tutto con più matematici e su più argomenti contemporaneamente e in diverse lingue. Tenace, energico, impaziente di tuffarsi a discutere del suo - unico - grande amore: la matematica.book24
Alle quattro del mattino, quando svegliava i suoi ospiti, nessun «buon giorno» o «Come va?» era previsto nel suo vocabolario, bastava un «Sia n un numero intero positivo, data la funzione f(x)…».
Questo è un esempio della varietà umana. È inutile parlare di genio o di folle, in entrambi i casi si sminuisce qualcosa di più profondo. Potremmo parlare di completa dedizione. Erdös non viveva nel nostro piano oggettivo, non ragionava - evidentemente - come noi. Miseri, a volte, siamo apparsi ai suoi occhi e il mistero di quello che lui vedesse realmente lo ha portato con se. Perché un genio dovrebbe tagliare un frutto con la parte non-tagliente del coltello? Quale effettivo concetto della realtà aveva egli che noi non possediamo?
Il libro si dimostra abbastanza ricco di spunti da permettere al lettore una comprensione migliore di questi fenomeni. I riferimenti matematico-tecnici sono in giusta proporzione e alla portata di tutti, interessanti a tal punto che dovrebbero essere annotati e fonte di stimolo per ulteriori ricerche. Nulla è più ignoto e avvolgente della Teoria dei Numeri, e Erdös si era fatto avvolgere completamente. Dalle pagine traspare una figura di un uomo a volte assente, difficile da ricondurre alla totalità delle persone normali. Una domanda che potremmo porci è quanto è raro uno stato di ipnosi - così profondo e radicato - come quello di Erdös? Possibile che i cosiddetti geni si contino sulle dite delle mani?

book34Paul Hoffman ha diretto la rivista «Discover» e attualmente collabora alla realizzazione di serie televisive di argomento scientifico. Ha scritto dieci libri, tra cui La vendetta di Archimede: gioie e insidie della matematica (Bompiani, 1990). Con L’uomo che amava solo i numeri nel 1999 ha vinto il prestigioso premio Rhone-Poulens. Vive a Chicago e a Woodstock.

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La Relatività - Parte II

14 Ottobre 2007

Per comprendere nella sua essenza la Relatività Ristretta dobbiamo introdurre uno degli elementi più affascinanti della natura: la luce.

Perchè passiamo dalle automobili in corsa “relativa” su un’autostrada alla luce?

Perchè la luce, in particolare quella visibile, ha giocato un ruolo importantissimo nella “scoperta” della Relatività Ristretta ed ha inoltre portato la fisica di fine ottocento sull’orlo di una crisi profonda.

In verità non dovremmo interessarci necessariamente della luce, intesa come luce visibile, bensì di quello straordinario fenomeno che va sotto il nome di campo elettromagnetico.

Cosa s’intende, tanto per cominciare, con la parola Campo?

Il concetto di Campo è stato fondamentale per la spiegazione e la comprensione di numerosi fenomeni. La sua introduzione la si deve all’intuizione del grande fisico Michael Faraday. Per cercare di visualizzare un Campo prendiamo come esempio il nostro pianeta Terra. Quando si parla di Campo gravitazionale, ad esempio, s’intende la regione che circonda il nostro pianeta che gode della proprietà di accelerare masse verso il centro della Terra. Il Campo, dunque, esiste anche nel vuoto ed è il risultato della presenza di qualcosa.

Un magnete, come una semplice calamita, genera ad esempio quello che viene indicato come Campo Magnetico tutt’intorno alla regione di spazio che lo circonda.

Una carica elettrica puntiforme genera, tutt’intorno alla regione di spazio che la circonda, quello che viene indicato come Campo Elettrico.

Che cos’è, quindi, un campo elettromagnetico?

Viene chiamato campo elettromagnetico (o radiazione elettromagnetica) l’unione di un campo elettrico e un campo magnetico. Quello che si riuscì a scoprire, tra l’altro, è che un campo magnetico è strettamente legato ad un campo elettrico, e viceversa. In particolari circostanze l’uno produce l’altro. Due facce della stessa medaglia insomma. La sorpresa, poi, arrivò quando si scoprì che la variazione di un campo elettrico insieme ad un campo magnetico (un campo elettromagnetico) produceva onde che, guarda caso, viaggiavano nel vuoto alla velocità della luce c (299.792.458 m/s).
In pratica si dimostrò che la luce visibile non era altro che una - particolare - onda elettromagnetica. La cosa affascinante è che le onde radio, ad esempio, sono anch’esse onde elettromagnetiche. Noi non vediamo le onde radio solo perchè hanno una frequenza (o lunghezza d’onda) diversa dalla luce visibile e quindi non percepita dai nostri sensi visivi, gli occhi, ma in sostanza le onde radio (che hanno una lunghezza d’onda compresa tra 1 metro e 1 chilometro) e la luce di una candela sono esattamente la stessa cosa!

rel2-1.png

Il calore emanato da un corpo caldo, ad esempio, è anch’esso un’onda elettromagnetica: l’infrarosso. Noi non lo possiamo vedere ad occhi nudi (i nostri occhi percepiscono lunghezze d’onda tra i 400 nano-metri e 700 nano-metri; esistono tuttavia strumenti, medici e militari, che permettono di “vedere” l’infrarosso) ma lo percepiamo come “sensazione di calore”. Continua »