Fertilità
Dalle radici latine di fero: etimologia, significati e curiosità dei termini che portano frutto.
Il verbo latino fero aveva, tra i tanti significati, quelli di portare, recare ed anche di portare frutti e, quindi, produrre. E da fero i Latini trassero fertilem, fertile, atto a produrre ed il sostantivo derivato fertilitatem, fertilità, produttività, abbondanza. Ma trassero anche molti vocaboli composti, quali pestifer (pestis + fero), pestifero, portatore di peste e frugifer (frux + fero), fruttifero, portatore di frutti, mentre, nella seconda metà dell’ottocento, i Francesi formarono pétrolifère (pétrole + fero), da noi petrolifero, che significa che porta o fornisce petrolio, per cui è corretto dire giacimento o pozzo petrolifero, mentre non è corretto l’uso estensivo che se ne fa parlando di problemi o crisi petroliferi, perché i problemi e le crisi in questione non forniscono petrolio, ma semmai riguardano ovvero sono relativi al petrolio ed alle attività a questo connesse. L’aggettivo adatto sarebbe petroliero formatosi, sulla scia del francese pétrolier, per trasformazione, mediante il suffisso -iero, del nome petrolio e che significa, appunto, relativo all’estrazione, alla lavorazione o al commercio del petrolio.
La fertilità del suolo, ovvero l’attitudine di un terreno a dare con regolarità prodotti abbondanti non si basa più solo sulle caratteristiche naturali del suolo, ma può essere acquisita con una adeguata preparazione del terreno ed, in particolare, con l’uso di fertilizzanti. Fertilizzante, che come aggettivo significa atto a fertilizzare e come sostantivo significa sostanza usata per fertilizzare o concimare il suolo, è il participio presente di fertilizzare, verbo introdotto in Italia sull’esempio del francese fertiliser. Mentre in passato erano disponibili solo fertilizzanti naturali, quale il letame, oggi si fa ricorso a dosi elevate di fertilizzanti chimici (agricoltura intensiva) ed a nuove tecnologie, quali quelle che generano i cosiddetti prodotti transgenici. Rimanendo nel campo dei fertilizzanti, le conseguenze sono note: da un lato un notevole incremento della produzione, dall’altro un impatto negativo sul prodotto e spesso sull’ambiente, per cui si sta fortemente rivalutando un modo di produrre che valorizzi la fertilità naturale del terreno (agricoltura biologica).
I Romani oltre a fertilem usavano anche altri termini con significato simile: feracem, ferace, per fertile ma più specificamente riferito al suolo ed alle piante, fecundum, ancora per fertile, produttivo ed il sostantivo derivato fecunditatem nel senso di fecondità, fertilità sia della donna sia della terra e degli animali. Mentre feracem deriva, al pari di fertilem, dal verbo fero, fecundum trae origine da un’antica radice indoeuropea, fe, allattare, nutrire, da cui derivano anche felicem, feminam, fetum e filium, ma anche faenum, fieno e fenorem, interesse, profitto: termini che esprimono tutti il concetto di fecondità, generazione, prodotto.
In particolare, felicem indica ciò che è fertile, fruttifero; felix arbor è un albero fruttifero, felix ager è un podere fertile. In senso traslato indica la persona a cui tutto va bene e, quindi, è felice, fortunata, beata; vicenda simile, d’altronde, a quella del letame di cui sopra, che deriva dal latino laetamen a sua volta derivato dall’aggettivo laetum che aveva il significato di lieto, contento ma anche di fertile, fecondo: ager laetus è un campo fertile, armenta laeta sono armenti prosperosi, ma laeto vultu, vuol dire con volto lieto.
Feminam, a sua volta, indica in generale la femmina dell’uomo, di animali, di piante, ed è termine associato all’allattamento ed al sesso atto a generare, con il parto o con la deposizione delle uova. Fetum è il generare, il parto, il deporre le uova e, per metonimia, la prole, il prodotto, cosicché l’aggettivo fetum esprime il concetto di fecondato, gravido, pregno per gli animali e di fertile, produttivo per il terreno e per le piante, così come l’aggettivo fetosum significa fecondo. Tutt’altra cosa è l’aggettivo tardo latino foetosum (dal verbo foetere, puzzare) che significa fetido, puzzolente e dal quale sono derivati il calabrese fetùsu, il siciliano fitùsu ed il campano fetùse, tutti con il significato di puzzolente, sporco, schifoso. Lo stesso significato di puzzolente ovvero che emana fetore ha il nostro fetido, dal latino foetidum derivato sempre da foetere, che, attraverso il suo participio presente foetentem, ci ha dato anche fetente, che indica un individuo che a volte emana cattivo odore ed in altre è un malvagio capace di cattive azioni: a quanti sarà venuto di dire, almeno una volta, “quel fetente o, se del caso, fetentone del mio capo !”.
E filium, filiam è il nato di sesso maschile, femminile e, quindi, il prodotto del generare da allattare. Ma il termine assunse (ed ha tuttora) anche un significato traslato come filius familiae, figlio della famiglia nel senso che sta ancora sotto la potestà paterna, o filius fortunae, figlio della fortuna cioè persona favorita dalla fortuna, o ancora “gallinae filius albae”, figlio della gallina bianca, detto riportato dal poeta latino Decimo Giunio Giovenale (60 ca -140 ca), che forse poteva significare figlio di illustri genitori e fa pensare al romanesco “fijo de l’oca bianca”, riferito a persona che riceve un trattamento migliore rispetto agli altri. Il detto romanesco si vuol far derivare da quello romano con una parziale alterazione: la gallina diventa oca. In realtà resterebbe uno strano detto, in quanto fa pensare all’oca bianca come ad un essere del tutto speciale, mentre, come è noto, è normale che le oche siano bianche. Forse va inteso con quella vena di ironia e di sfottò (presa in giro) tipico dei modi di dire romaneschi, per cui di fronte a chi pretenda di avere un trattamento particolare si risponde: “ Ahò ! e chi te credi de esse er fijo de l’oca bianca !?”.
Comunque, per chi è interessato, il detto romano avrebbe avuto origine da un aneddoto, narrato anche da Svetonio (Vite dei Cesari, libro VII, parte 1): Livia Drusilla si è da poco sposata con Augusto quando va a visitare la sua villa di Veio. Un’aquila, dopo aver rapito una gallina bianca la fa cadere nel grembo di Livia: gli Auguri considerano sacri i nati dalla gallina e li allevano per trarne auspici. E la discendenza della gallina bianca fu tanto numerosa che la villa che fu di Livia Drusilla è ancora chiamata Le Galline (Ad Gallinas).
Restano faenum (o fenum), fieno in quanto nutrimento, e fenorem, tasso di interesse, il prodotto del denaro, che in latino indicava anche l’usura, per cui il feneratorem era l’usuraio, trasferitosi anche nell’italiano feneratore, ormai termine obsoleto, mentre l’usuraio continua la sua lucrosa e odiosa attività, come già sentenziava Catone all’inizio del “De Agri Cultura”: ‘ii quaestus, qui in odia hominum incurrunt, ut partitorum, ut feneratorum’, quei guadagni che risultano odiosi alle persone, come quelli degli esattori e degli usurai.
Dopo tanta strada, per la stanchezza si potrebbe approfittare di un derivato del verbo fero, per trovare un mezzo di trasporto. Ma forse non è il caso dal momento che ci si potrebbe imbattere in un feretrum (dal greco phéretron), che, quando va bene è una barella per portare nei trionfi le spoglie opime (spolia opima), ovvero il ricco bottino di guerra, che, nell’antica Roma, i generali consacravano a Giove Feretrio, ma è anche una vera e propria bara o feretro o, se preferite, un cataletto, latino *catalectum dal greco katà, giù e lectum, letto.
E chiudiamo con un altro aggettivo latino uberem ed il sostantivo derivato ubertatem, che esprimono ancora il concetto di fecondità, fertilità, ma anche di produzione abbondante e, quindi, di copiosità e ricchezza, come del resto i nostri ubertoso e ubertà. Uberem deriva dal sostantivo uber, il cui significato originario è mammella e, per metonimia, ubertà, fecondità, abbondanza.
A proposito di uber è interessante un proverbio riferito dallo scrittore latino, originario di Madaura (Africa), Lucio Apuleio (125 ca -170 ca), l’autore del romanzo L’Asino d’oro, proverbio che suona “ ubi uber, ibi tuber” ovvero “dove (c’è) mammella, lì (c’è) protuberanza”. Il proverbio, che non può essere reso con la stessa efficacia in italiano, in quanto gioca sull’accostamento di due termini (uber e tuber) di suono simile ma di significato diverso, vuole indicare, con una certa vena di pessimismo, che tutte le cose anche le più belle presentano aspetti negativi, lo stesso concetto che esprime il nostro “non c’è rosa senza spina”.




