Il fante e un ragazzo inglese
Dall'infante al garzone: il destino imprevedibile delle parole.
Nel mondo magico delle parole, quando s’imbocca un sentiero non sempre è facile prevedere dove si andrà a parare.
Vorrei raccontare, al riguardo, due possibili storie: quella di un soldato (fante) e quella di un ragazzo inglese (boy).
La prima storia comincia con il verbo latino fari, parlare, che ha generato da un lato fantem “parlante” e dall’altro infantem “persona che non sa ancora parlare” e, quindi, bambino. L’infante col tempo ha imparato a parlare e la parola è passata ad indicare dapprima un giovanotto e successivamente un servitore, anche se, lungo la strada, gli è caduta la testa (in) ed è rimasto fante. Destino che toccò anche alla “donna di servizio” che diventò una fante o fantesca. Ma al fante toccò anche di seguire (a piedi) il suo padrone (a cavallo), allorché questi andava in combattimento. Così nel Medioevo, quando alta era la considerazione per la Cavalleria, il fante (servitore) fornito anch’esso di armi, essendo al servizio del “soldato a cavallo”, finì per indicare il “soldato a piedi”. Machiavelli, nel suo Dell’arte della guerra, ci descrive come i fanti erano armati ordinariamente, al tempo: “Hanno i fanti, per loro difesa, un petto di ferro e, per offesa, una lancia nove braccia lunghe, la quale chiamano picca, con una spada al fianco piuttosto tonda nella punta che acuta … pochi ne sono che abbiano armate le stiene e le braccia, niuno il capo.”
Oltre a fantaccino, che indica un po’ scherzosamente un soldato semplice di fanteria e a fantolino, usato per chiamare con tenerezza un bambino, fante ha avuto altri due diminutivi. Il primo è fanticello, che in Umbria e Toscana è stato contratto in fancello, con il significato di garzone, a sua volta trasformato in fanciullo attraverso la sostituzione, tipica dei dialetti meridionali, del suffisso – ello con –ullo ed assumendo il significato di ragazzino, bambino.
Il secondo diminutivo è fantino, che dai significati di piccolo fante e di bambino ormai non più in uso, è passato ad indicare chi per professione monta cavalli da corsa. In passato si usava anche il femminile fantina per indicare una ragazza o una giovane serva, ma ormai è desueto. Breve pausa poetica con Boccaccio che usa il termine fantina, in questo caso come fanciulla, in una delle sue Rime (LXVII): è una ballata, che in passato ha avuto grande popolarità, nella quale con toni eleganti e delicati Boccaccio parla della fugacità della gioventù e della bellezza:
Il fior, che ’l valor perde
Da che già cade, mai non si rinverde.
Perduto ho il valor mio,
Et mia bellezza non serà com’era:
Però ch’è ’l van disio,
Chi perde il tempo et acquistarlo spera;
Io non son primavera,
Che ogni anno si rinova et fassi verde.
Io maledico l’ora
Che ’l tempo giovenil fuggir lassai;
Fantina essendo ancora,
Esser abbandonata non pensai:
Non se rallegra mai
Chi ’l primo fior del primo amore perde.
Ballata, assai mi duole
Che a me non lice di metterti in canto;
Tu sai che ’l mio cor vole
Vivere con sospiri doglia et pianto:
Così farò fintanto
Che ’l foco di mia vita giugna al verde.
C’è inoltre il fantoccio, il pupazzo di vari materiali che imita la figura umana ed, in senso figurato, la persona senza volontà propria che subisce l’altrui influenza. Se poi ad essere fantoccio è un governo allora vuol dire che dietro c’è qualcuno che lo strumentalizza e che si tratta di un governo privo di qualsiasi autorità.
Tutt’altro destino ha avuto l’infante nel mondo spagnolo, dove non solo non ha perso la testa, ma ha assunto il significato di giovane nobile, fino ad indicare i figli del re di Spagna, a parte naturalmente il principe ereditario.
Per la seconda storia prendo spunto dal libro “Perché si dice così” (Bompiani, 1997) di Gianfranco Lotti, il quale, alla voce “boy” ci dice che l’origine di questa parola va ricercata nel latino (in)boi(atus), “messo in boia”. E noi possiamo partire dal termine greco Bous, che indicava sia il Bue sia la vacca. Poichè con la pelle del bue si facevano “strisce di cuoio”, queste furono dette dai Greci boeiai e dai Romani boiae con il significato di laccio ed anche di collare per condannati e schiavi, i quali, quindi, essendo messi in boia erano im(boi)ati. Possiamo pensare che, come spesso accade, sia intervenuto il linguaggio popolare a toglier via la parte iniziale e a tagliare la finale e la nostra parola, ormai ridotta ai minimi termini, abbia continuato il suo cammino, riscattandosi in parte dalla schiavitù, per diventare, in Inghilterra, un servitore o garzone e, quindi, verso il 1300 un ragazzo. Ancora oggi in inglese boy da un lato indica un ragazzo, che può essere little boy, un ragazzino, o big boy, un giovanotto, ma dall’altro può indicare un garzone o un fattorino delle consegne, come il delivery boy.
Pur con le incertezze che le storie di parole spesso presentano, spero di non aver fatto alcuna boiata, che è “un’azione cattiva”, quando, sul solco della storia che ho raccontato, deriva da boia, il carnefice che come strumento di tortura o di morte si serviva del laccio (boia), mentre è “una cosa riuscita male”, quando si rifà al settentrionale boiada, pappolata, da boj, bollire. E’ una bojata, “non vale niente”, si dice nel dialetto romanesco. Nello stesso dialetto si trova anche bojeria, cattiva azione, che invece si dovrebbe rifare a bojaccia, peggiorativo scherzoso (si fa per dire) di boia. Ricordo “ER FATTACCIO DER VICOLO DER MORO” di Amerigo Giuliani, dove Nino, parlando, all’indomani del delitto da lui commesso (per proteggere la madre ha ucciso il fratello), davanti al delegato di P.S. dice:
Sor delegato mio nun so’ un bojaccia !
Fateme scioje… v’aricconto tutto!…
Quann’ho finito, poi, m’arilegate:
Ma adesso, pe’ piacere!… nun me date
‘st’umijazione doppo tanto strazio!…
V’aringrazio!!!




