Il fiasco di Arlecchino e la Sora Gianna
Storie di fiaschi, damigiane e le origini di modi di dire e parole
The play was a flop, lo spettacolo non ha avuto successo ovvero è stato “un fiasco” . Quest’ultima espressione la usano gli stessi inglesi, i quali dicono, ad esempio, “ the party was a fiasco”, la festa è stata un fiasco, ed anche i francesi che usano “ faire fiasco” ( ma nel gergo teatrale dicono pure “faire un four”)
Un’espressione analoga usano anche i tedeschi, per cui si tratta di una locuzione ( modo di dire ) diffusa e tuttavia di incerta origine.
Secondo, alcuni, potrebbe trattarsi di una locuzione presa dal linguaggio in uso nelle fabbriche di vetro, con allusione al caso in cui il soffiatore, “ soffiando” nella canna per far assumere al vetro la forma che ha in mente, in modo maldestro o, comunque, per errore genera solo una grossa bolla di vetro e cioè un oggetto simile ad un fiasco, con la conseguenza di sentirsi dire “ hai fatto fiasco”.
Tutt’altra storia è quella che ricollega l’espressione ad un noto attore di teatro del XVII secolo, Domenico Biancolelli, appartenente ad una famiglia di attori d’origine emiliana, che operò a lungo anche in Francia.
Si racconta che il nostro attore, il quale ebbe un grosso successo nel raffigurare la celebre maschera di Arlecchino, usava improvvisare monologhi intorno ad una cosa qualsiasi. Una sera in cui il monologo riguardò un fiasco che Domenico teneva in mano, il pubblico non dette alcun segno di gradimento della rappresentazione, per cui Domenico non solo gettò il fiasco ma gli attribuì la responsabilità dell’insuccesso. E da questo episodio, quando uno spettacolo non ha successo si dice “E’ stato come il fiasco di Arlecchino” o, più semplicemente, “è stato un fiasco”.
“ Fiasco” ha origine dal germanico flasko, con il quale venivano indicati recipienti rivestiti di vimini o di sala.
Sicuramente tutti sanno che i vimini - dal latino viminem derivato dal verbo viere legare, intrecciare - sono rami sottili e flessibili di salice, i quali opportunamente trattati vengono intrecciati per fabbricare oggetti vari, quali sedie e panieri, o rivestire fiaschi e damigiane. Ma che cosa è la “sala” ?
Con questo termine entriamo nel mondo degli omonimi (greco homónymos, uguale nome), ovvero di due o più parole diverse per significato ma identiche nella scrittura (omografe, dai termini greci homós, uguale e grafé, scrittura) e nella pronuncia (omofone, dai termini greci homós e foné, suono). Si tratta, quindi, di due o più parole che hanno un’ origine diversa ma la cui evoluzione storica ne ha determinato una identica grafia ed un identico suono: abbiamo già visto che lira, moneta, deriva dal latino libra (sia bilancia sia cosa pesata, libbra ), lira , strumento, invece, deriva dal latino lyra, che indicava, appunto, uno strumento musicale a corde simile alla cetra e da cui deriva il termine lirica , poesia che si cantava con accompagnamento musicale.
Ebbene, sala nella nostra lingua ha tre diversi significati con tre diverse origini. Il primo, ben noto, è quello di locale spazioso che serve per i più svariati usi (da pranzo, da ballo, d’aspetto, di soggiorno, di lettura e così via ), la cui origine risale ai Franchi, per i quali indicava un’abitazione costituita da una sola stanza, che, conseguentemente, era di una certa grandezza, da cui abbiamo avuto sia il salotto sia il salone, nel senso quest’ultimo di ambiente molto ampio. Il salone di bellezza e il salone espositivo ci vengono, invece, dal francese salon, che a sua volta però viene dal nostro salone. Va detto, infine che per i Longobardi sala era la casa di campagna, l’insediamento rustico, significato ormai perso ma che ritroviamo ancora in alcuni toponimi (nomi propri di luoghi), quali Sala Biellese, Sala Bolognese, Sala Consilina, Sala Monferrato ed altri. Il secondo significato, invece, indica l’asse sul quale vengono infilati i mozzi dei carri ferroviari ed ha origine dal latino axalem, che è un derivato di axem, da cui nasce il nostro asse.
Del terzo significato, quello da cui siamo partiti, non è nota l’origine: si pensa che potrebbe derivare da una voce prelatina o preindoeuropea. Ma, secondo L’Etimologico, è più verosimile che il nome di questa erba palustre derivi da sale (latino salem), in quanto risulta documentato l’uso di mangiare le foglie tenere della pianta in insalata. Per certo sta ad indicare un’erba palustre, che, oltre all’uso alimentare, serviva per impagliare fiaschi e sedie o per confezionare stuoie e sporte (sporta, grossa borsa con manici, dal latino sportam, cesta di vimini, dal greco spyrís attraverso l’estrusco spurta, paniere ).
Quando il fiasco aumenta di dimensione diventa una damigiana, sempre con la sua gonnellina di vimini (oggi perlopiù di plastica). Se volessimo personificare la damigiana, la potremmo immaginare come una signora dai fianchi larghi. Ed è quello che hanno fatto in Francia, sembra in ambiente marinaro, dove la damigiana è stata chiamata dame jeanne, ovvero sora gianna. E dame jeanne in Italia è diventata damigiana, la quale, al giorno d’oggi, può anche essere fornita di rubinetto, che, oltre ad essere, come termine arcaico, il diminutivo di rubino, pietra preziosa di gran pregio, indica, appunto, l’organo di regolazione del flusso di un fluido. Rubinetto deriverebbe dal francese robinet, diminutivo di Robin, a sua volta vezzeggiativo di Robert. Aldo Gabrielli (Nella Foresta del Vocabolario) ci racconta che il termine Robin si usava popolarmente con il significato spregiativo di sciocco, babbeo ed indicò anche il pecorone a quattro zampe, il montone, con la cui testa si ornava il suddetto regolatore del flusso, per cui quest’ultimo finì prendere il nome di robinet, ovvero piccolo robin, piccolo montone.
E qui possiamo fermarci, sperando di non aver preso “fischi per fiaschi” e di non averla fatta troppo lunga, non solo facendo “un bel fiasco”, ma rischiando anche di sentirsene dire “un sacco ed una sporta”, e non si tratterebbe naturalmente di una gran quantità di complimenti.






