Il gatto e la scimmia
Come il gatto, la scimmia e Archimede si ritrovano insieme nelle pieghe della lingua italiana
Una volta i topi avevano vita dura con i gatti, ma oggi le cose sono un po’ cambiate, dal momento che i gatti sono già impegnati a mangiare i (succulenti) pranzetti, preparati dai loro padroni o dalle persone che si prendono cura dei gatti randagi, dette gattare o gattari se uomini. In latino il gatto era detto felem, termine usato anche per altre specie feline di piccola taglia, come la donnola e la faina. In realtà i Latini chiamavano la donnola mustelam, ma nel tardo latino si affermò il nuovo termine derivato da domnulam contrazione di dominula, per la forma aggraziata, da signorina dell’animale: sembra si tratti di una sostituzione eufemistica, per evitare di nominare il termine mustelam, dal momento che questo animale era ritenuto popolarmente un animale vendicativo. E la faina, che viene da *mustelam faginam, ovvero donnola dei faggi, perché frequentatrice di queste piante, ma per ellissi di mustelam diventò faina. Solo dal IV secolo e.v. è stato utilizzato il termine cattum a seguito dell’introduzione del gatto domestico dal Nord Africa, e così pure nordafricana dovrebbe essere l’origine del nome.
Per indicare i versi del gatto, animale molto vicino all’uomo, sono stati coniati diversi termini a cominciare da miagolare e gnaulare: fare miao, miao ovvero gnao, gnao, che poi sembra essere lo stesso miao, miao pronunciato velocemente. Ed ancora soffiare e, soprattutto, ronfare: quando il gatto fa le fusa, emettendo un suono sordo e vibrante perché accarezzato o, comunque, soddisfatto della situazione in cui si trova. Il termine fusa si rinviene solo nell’espressione “fare le fusa” e deriva da un antico plurale neutro di fuso (dal latino fusum, d’origine incerta), l’antichissimo arnese utilizzato nella filatura a mano, per la somiglianza del rumore del fuso quando ruota con quello del gatto quando ronfa. ‘Ron ron’ è il rumore del gatto che fa le fusa, ma anche dell’uomo che russa. Familiarmente ‘ronfare’ indica anche il ‘russare forte’ e potrebbe venire dal francese ronfler, russare, a sua volta contaminazione dell’antico francese ronchier, russare, con il tardo latino runcare e con souffler, soffiare.
Sembra che per comunicare con gli esseri umani i gatti abbiano ritrovato dentro di sé molti atteggiamenti di quando erano piccoli, quelli tipici del rapporto con la madre, quali il miao e le fusa. Ricordo di aver letto parecchi anni fa, sul quotidiano LA REPUBBLICA del 18 maggio 2002, un articolo della giornalista Anna Mannucci, che riportava l’opinione della etologa ed esperta del comportamento del gatto Eugenia Natoli, secondo la quale “I gatti adulti fanno miao soltanto verso gli esseri umani: è un comportamento infantile, caratteristico dei cuccioli verso la mamma, che in natura questi animali perdono verso l’anno di età. Tra di loro gli adulti non fanno miao, ma hanno un linguaggio molto complesso, fatto di tanti versi, minacce, soffi, il ‘mbr mbr’ della madre che chiama i piccoli e così via”.
Fra i termini generici usati per il gatto troviamo anche ustolare, ovvero bruciare dal desiderio per avere qualcosa, che viene detto degli animali in genere, quando in particolare chiedono cibo, emettendo suoni lamentevoli ed atteggiando gli occhi quasi ad implorazione come fa il gatto ed ancor più il cane. Ustolare viene dal latino ustus, participio passato del verbo urere, bruciare, da cui in latino si erano formati ustulare, bruciare, scottare, ustionem, ustione, bruciatura e ustor,-oris ovvero “addetto alla cremazione di cadaveri”: da ustorem deriva il nostro ustorio “che ha la proprietà di far bruciare”, detto, in particolare, di specchi o lenti concavi che convergono i raggi del sole in un punto unico di un oggetto, causandone la combustione. Con l’espressione “specchi ustori“ noi indichiamo una delle macchine da guerra inventate da Archimede (287– c.a 211 a.e.v.), con la quale questi contribuì alla difesa di Siracusa, assediata dai Romani, bruciando le navi al comando di Marcello Marco Claudio (ca 270-208 a.e.v.), il quale, comunque, nel 211 a.e.v. riuscì a piegare la città. Ne seguì un saccheggio, nel quale trovò la morte anche Archimede.
Oltre ad ustorem il latino aveva anche il termine ustrinam con il significato di posto dove si crema un cadavere, tradotto in italiano con ustrina o ustrino: nell’antica Roma ustrini si trovavano presso le necropoli, ma esistevano anche ustrini privati. Storicamente e archeologicamente importante è l’ustrino dell’imperatore Augusto rinvenuto nel 1777 in Campo Marzio presso l’attuale via del Corso. Già all’inizio del settecento era venuto alla luce quello di Antonino e Faustina nei pressi di Montecitorio, mentre poco distante un ustrino forse attribuibile a Marco Aurelio è stato ritrovato all’inizio del novecento. Nonostante ustorem ed ustrinam i Romani per indicare la cremazione usavano il verbo cremare, da una radice indoeuropea *ker, bruciare, che si ritrova anche nel latino carbonem, carbone, cenere. Da cremare il nostro corrispondente cremare, ed i derivati crematorio e cremazione, peraltro pervenutici tramite i termini francesi four (forno) crématoir e crématione.
Per il fatto che i gattini nascono con le palpebre sigillate e, quindi, non vedono prima di una o due settimane dalla nascita, si dice “La gatta frettolosa fa i gattini ciechi”, proverbio che sembra avere origine in Sicilia, dove suona “A iatta prisciarola fa i iattareddi orbi”. Ma anche i cuccioli dei cani nascono ciechi ed iniziano a vedere non prima delle tre settimane di vita. Ed i Romani, come già prima i Greci, per il proverbio di cui sopra facevano riferimento proprio al cane: “Canis festinans caecos parit catulos”, la cagna frettolosa partorisce i cuccioli ciechi.
E veniamo al gattomammone, il quale ha poco a che fare con il gatto e nulla a che vedere con la mamma. Nelle favole il gattomammone viene chiamato in causa per far spavento ai bambini e né il gatto né meno che mai la mamma si addicono ad interpretare il ruolo di spauracchio.
Sembra che il modo di dire abbia avuto origine dal fatto che con gatto mammone si indicava un tipo di scimmia (in arabo maimūn), con lunga coda e movenze di gatto, popolarmente ritenuta molto brutta e, quindi, con le carte in regola per incutere paura ai bambini.
Il nome della scimmia, per i cui versi si usano i verbi urlare e gridare, viene dal latino simiam dall’aggettivo simus (in greco simós) con il significato di piatto, dal naso schiacciato ovvero camuso. Quest’ultimo deriva probabilmente da muso – latino tardo musum voce di origine sconosciuta – con il prefisso peggiorativo ca-.
Tra le scimmie antropomorfe, ovvero con caratteri morfologici affini a quelli dell’uomo, si possono ricordare lo scimpanzé, il cui nome ci viene dal francese scimpanzé adattamento di una voce dialettale congolese, ed il gorilla, il cui nome risale ad un viaggio compiuto, intorno al 500 a.e.v., dall’ammiraglio cartaginese Annone, detto il Navigatore, il quale, con una flotta di 60 navi, uscì, tra i primi, dallo stretto di Gibilterra lasciando il Mediterraneo e immettendosi nell’oceano Atlantico per tentare di navigare intorno all’Africa, per effettuarne cioè il periplo [dal greco periplus da perí (intorno) e pléo (navigo)]. E periplo è anche il nome che nel mondo greco e latino si dava ai resoconti di questi viaggi di circumnavigazione, come il Periplo di Annone, che, scritto originariamente il lingua punica, descrive la spedizione lungo la costa atlantica dell’Africa fino ad una regione identificata con il Gabon, dove il viaggio fu interrotto per mancanza di cibo. Ed Annone narra, tra l’altro, l’incontro con femmine pelose non si sa bene se di pigmei o di scimmie, il cui nome è stato reso nella traduzione greca del IV secolo a.e.v. a noi giunta, con il termine femminile plurale Goríllai, nel quale è stata riconosciuta la radice di lingue del Senegal ‘gor, kor o gur’ che significa uomo. E Goríllai lì rimase fino al 1847, quando il missionario ed esploratore americano T.S. Savage lo utilizzò per indicare le scimmie antropomorfe da lui trovate nel Gabon, che identificò con gli animali descritti da Annone.
Tra le scimmie non antropomorfe si può invece ricordare il babbuino, dal muso somigliante a quello di un cane, il cui nome francese, babouin, è una derivazione, per le labbra prominenti dell’animale, del termine babines, il quale indica le labbra cascanti di animali, ma viene usato anche nell’espressione popolare ‘s’en pourlécher les babines’ ovvero ‘leccarsi le labbra’ o, come diciamo noi, ‘leccarsi i baffi’. E’ nota, a Roma, per le botteghe di antiquariato e le gallerie d’arte, via del Babuino, la quale da piazza di Spagna conduce a piazza del Popolo. Il nome viene da una statua, posta oggi ad ornamento di una fontana, raffigurante un vecchio sileno, essere mitologico simile ad un satiro, considerato così brutto da essere paragonato alla scimmia e, quindi, soprannominato ‘babuino’.
Il Babuino è una delle sei ‘statue parlanti’, sulle quali i romani per secoli hanno affisso satire politiche e frasi ingiuriose contro i potenti, dette pasquinate da Pasquino, la più famosa delle sei (piazza di Pasquino). Le altre quattro sono: Marforio (Museo Capitolino), Madama Lucrezia (piazza di S. Marco), Abate Luigi (Palazzo Della Valle) e Facchino (Palazzo De Carolis).
E neppure gattabuia, termine scherzoso per carcere, ha gran che a che vedere con gatto. Gattabuia deriverebbe dal latino parlato * catu(g)ia dal greco katógeia (= sotterranei, kato, sotto e ge, terra), incrociato, probabilmente, con gatta(iola) buia. Gattaiola è il buco che si fa nella parte bassa degli usci per farvi passare il gatto.





