Il maiale ed il cinghiale
Etimologia e Miti degli Animali Simbolo: Dal Grugnito del Maiale al Broncio dell'Uomo
Il verbo stridere si usa anche per indicare gli urli del cinghiale ferito o dell’addomesticato maiale, in particolare quando viene colpito a morte. Urlo, come ululato, deriva dal latino ululare attraverso la variante *urulare, gridare, urlare. In italiano il plurale urla si usa solo per l’uomo; con minore rigidità è duplice anche il plurale di grido: gridi soprattutto degli animali, grida degli uomini. Gridare viene dal latino volgare *critare per latino classico quiritare, il quale significava invocare l’aiuto dei Quiriti, ovvero dei cittadini (romani).
E’ interessante notare che i Greci con la parola grýlos (o grýllos) indicavano il maiale e con grýzere e grýlizere, dalla radice onomatopeica *GRY, indicavano grugnire. Ed, infatti, il maiale, che quando urla stride, di norma invece grugnisce emette, cioè, il caratteristico grugnito, dal latino ‘grunnitum’, che viene dal verbo latino grunnire, da cui il nostro grugnire. Grunnire avrebbe generato anche il termine *grunnium, diventato nel tardo latino grunium, dal quale deriva il nostro grugno, che propriamente è il muso del maiale, ma se usato in senso spregiativo può diventare la faccia di un uomo, mentre come termine familiare sta ad indicare l’espressione imbronciata (contrariata) del viso: ed il nostro broncio è appunto dal verbo imbronciare, che a sua volta si pensa derivi dal francese antico embronchier, con il significato di essere pensieroso, incerto, vacillare. Secondo l’Etimologico, invece, broncio deriverebbe dal latino volgare *bronceum, con il significato di labbro sporgente: ed il labbro sporgente unito alla fronte aggrottata è, d’altronde, tipico di chi tiene il broncio.
Bronco nel senso di ramificazione delle vie respiratorie è, invece, termine dotto derivato dal latino bronchus, di pari significato, a sua volta dal greco brόnkia, gola, trachea: ed il pensiero va ad uno dei tanti malanni da evitare, la bronchite.
Ma torniamo al nostro maiale il cui nome deriva dal latino maialem, per il quale ci si può rifare alla mitologia. In particolare, a Maia, secondo la mitologia greca, una delle sette Pleiadi, la quale, amata da Zeus, generò Ermete. Nella mitologia romana, invece, Maia era un’antica dea italica della fertilità, ma finì per essere identificata con la Maia greca, così come il Mercurio romano finì per confondersi con l’Ermete greco, mantenendo, peraltro, la sua specificità (romana) di dio del commercio. Comunque, presso i Romani Maia era considerata paredra di Vulcano, ovvero associata nel culto a Vulcano considerato divinità di maggiore importanza (páredros, che siede, che sta vicino, composto di pará, presso, e édra, sedia): in conseguenza era il flamine (flaminem) di Vulcano, ovvero lo specifico sacerdote di quest’ultimo, che offriva i sacrifici anche a Maia, in particolare alle calende di maggio, in cui le sacrificava una scrofa gravida come auspicio di una terra altrettanto gravida di frutti: da qui, secondo gli antichi, il nome del maiale. E’, comunque, certo che il mese di maggio, dal latino maium mensem, è cosiddetto perché era il mese dedicato alla dea Maia, così come il nostro mercoledì viene dal tardo latino Mercurii diem, ovvero giorno di Mercurio, con riferimento non al dio ma al pianeta.
Il nome del cinghiale deriva, a sua volta, dall’espressione latina ‘porcus singularis’ (nel senso di ‘porco solitario’, in quanto abituato a vivere isolato), incrociata, peraltro, con il termine latino cingula, cintura, con riferimento al collare di setole chiare che l’animale ha intorno al collo.
Derivando da cingere, cingere, circondare, cingulam in latino era il sottopancia per gli animali, ma indicava anche la cintura così come cincturam e cingulum, il quale ultimo, a sua volta, indicava altresì la tracolla per sostenere il seno. Quando, nel primo libro dell’Eneide, Enea racconta a Didone la storia di quello che accadde a Troia, Virgilio così descrive Pentesilea, regina delle Amazzoni, venuta in soccorso di Priamo dopo la morte di Ettore:
Ducit Amazonidum lunatis agmina peltis
Penthesilea furens meddiisque in millibus ardet,
aurea subnectens exsertae cingula mammae,
bellatrix, audetque viris concurrere virgo.
Pentesilea furente guida schiere di Amazzoni,
dai piccoli scudi lunati, e infuria tra le migliaia
allacciando sotto la nuda mammella l’aurea tracolla,
guerriera e vergine ardisce scontrarsi con uomini.
Un discorso a parte va fatto per l’aggettivo incinta, il quale deriva dal latino tardo incinctam, modificazione popolare del latino classico incientem (ovem), ovvero (pecora) pregna: incientem trova un riscontro nel greco enkýos (gravido), composto dalla particella pleonastica en e kyéo, sono incinta, pregnante. Invece, sulla base della cosiddetta etimologia popolare, incinta viene percepito alla stregua di senza cinta, dando alla particella ‘in’ valore negativo: per primo fu Isidoro di Siviglia (560 ca – 630), dottore della chiesa ed autore di opere enciclopediche (Chonicon, Etymologiae ed altre), che influenzarono tutta la cultura medievale, a indicare questa etimologia: Incincta, id est sine cinctus; quia praecingi fortiter uterus non permittit. Incinta, ossia senza cintura; perché l’utero (ovvero, per metonimia, il feto nel ventre materno) non permette che venga cinto con forza.
Oltre che incinte le donne possono essere succinte, quando indossano un abito corto o scollato, detto anch’esso succinto. L’etimo è il participio passato del verbo latino succingere ( sub e cingere), con il significato di cingere di sotto e, quindi, in su: si diceva, infatti, succinta una veste fermata sotto il petto con una cintura e, quindi, tirata su tanto da lasciare scoperta una parte del corpo: da qui il passaggio al significato di corta/o dapprima in senso reale e successivamente in quello figurato di breve, conciso, il quale pure ci viene dal latino e specificamente dal verbo concidere, da cum e caedere, tagliare. Se, al posto di succinto usiamo l’aggettivo discinto, aggiungiamo una connotazione di scompostezza. I Latini usavano discinctum, participio passato del verbo discingere (da dis- con valore negativo e cingere e, quindi, col significato di slacciare, sciogliere) per indicare la situazione di maggior agio o libertà di chi stava in casa indossando la tunica senza cintura. L’aggettivo discinto assunse poi anche il significato di trasandato, il quale, a sua volta, viene da tras-, al di là, e andare, per cui significa andare oltre (i limiti), lasciar andare e, quindi, trascurare.
Parlando del cinghiale abbiamo visto che altro nome del maiale era porcum da cui il nostro porco. Inoltre la femmina di questo animale ha avuto il piacere di vedersi affibbiati ben due nomi a dire il vero poco onorevoli: il già visto scrofa (latino scrofam) che divide con la femmina del cinghiale, e troia, dal latino dell’VIII secolo troiam con il significato di scrofa gravida, la cui origine può essere rintracciata in una ricetta citata da Ambrogio Teodosio Macrobio, grammatico ed erudito latino della fine del IV – inizio V secolo d.C., autore, tra l’altro, dei Saturnalia (Saturnaliorum conviviorium libri), opera enciclopedica in sette libri in cui si immagina che alcuni dotti del tempo conversino, durante un banchetto, di argomenti vari quali l’arte poetica e la retorica del poeta Virgilio. E in questo contesto Macrobio trova l’occasione per richiamare la ricetta in questione: si tratta di una scrofa arrostita completamente farcita anche di animali vivi, tanto da ricordare il cavallo di Troia, che i Greci avevano dolosamente offerto ai Troiani pieno di uomini, per cui il piatto prese il nome di porcum troianum divenuto porcum de troiam, semplificato in troiam ed affibbiato, come abbiamo visto, alla scrofa gravida. Ma, secondo il dizionario l’Etimologico, troia è una probabile derivazione del latino volgare *torcam, madrevite, avvolgimento, con metatesi di -r- (latino classico torques, collana, ghirlanda, avvolgimento, latino volgare *torcam, metatesi della -r- *trocam, da cui troia), da torquere, volgere, girare: l’avvitamento delle spire della vite nel cavo filettato richiamerebbe l’accoppiamento del verro con la scrofa, data la forma elicoidale (a cavatappi) del suo organo sessuale: verro è dal latino verrem, maschio del maiale adatto alla riproduzione.
Da porco, con l’aggiunta di spino (latino spinum, susino selvatico, a sua volta da spinam, arbusto spinoso) si ha porcospino, il mammifero roditore dal corpo tozzo e dalle corte zampe: questo nome gli deriva dal suo grugnire e dal muso grosso e troncato, che lo fanno assomigliare ad un porco, nonché dal fatto che è ricoperto da peli nerastri e lunghi aculei (spine). E’ dal latino parlato *porcospinum (formato sul greco akanthòcoiros). Il porcospino viene chiamato anche istrice, termine che pure viene dal latino hystricem a sua volta dal greco hýstrix, da hîs (porco o, in alternativa, in su), e thríx, pelo, capello, dal cui genitivo, tríchós derivano la nostra tricologia, la scienza medica che studia la struttura e la funzione dei capelli, nonché i prodotti tricologici, i quali servono, appunto, per la cosmesi e per la cura dei capelli.
Resta, comunque, il fatto che il maiale, che pure sembra non disdegnare l’acqua, è divenuto simbolo di sporcizia e di degradante sensualità, da cui i significati traslati (offensivi e volgari) assunti da porco e maiale ma, soprattutto, dai termini indicanti la femmina. Da ricordare che i Latini per indicare il maiale avevano anche il termine sus, genitivo suis (d’origine indoeuropea) da cui l’aggettivo suinum che ha generato il nostro suino.
Infine, del cinghiale e del maiale si dice ancora che rugliano, quando emettono un suono sordo e continuo. Rugliare, come rugghiare, viene dal latino volgare *regulare, oppure da ruggire con sovrapposizione di mugliare, il quale ha lo stesso significato di mugghiare. Con la base onomatopeica ru- siamo nel mondo del rumore (latino rumorem) come quando un leone ruggisce oppure un uomo, magari a fine pasto, rutta (ruttare dal latino ructare frequentativo di *rugere) dimostrando di aver gradito o, più realisticamente, di aver ingurgitato aria mangiando. Il latino mugire, verbo onomatopeico dal suono mu, oltre al nostro muggire, ha generato sia mugghiare, attraverso il latino parlato *mugulare, sia mugliare, attraverso il suo iterativo mugilare. A mugghiare o mugliare può messere un bovino che emette muggiti o il mare in tempesta che rumoreggia con vento e pioggia.
E rugliare viene riferito anche agli orsi (latino ursum), per i quali, peraltro, si usano pure bramire, tipico del cervo (latino cervum), e ringhiare, tipico del cane e del lupo. Bramire ci viene dal provenzale antico bramir o bramar, urlare di animali, a sua volta dal germanico *bramon, ruggire per il desiderio, da cui deriva anche bramare. Facendo un volo tra gli uccelli, da ricordare che porcello (latino porcellum, diminutivo di porculum, a sua volta diminutivo di porcum) ha dato il nome ad un uccello, il porciglione, dal becco lungo e appuntito, che vive presso acquitrini con folta vegetazione ed emette un grido simile a quello di un porcellino.







