I Romani lo chiamavano passerem e facevano uso del diminutivo passerculum come vezzeggiativo così come noi usiamo passerotto.
Catullo nel famoso carme scritto in occasione della morte del passero di Lesbia scrive questi versi:
Passer mortuus est meae puellae
Passer, delicae meae puellae,
Quem plus illa oculis suis amabat.E’ morto il passero della mia fanciulla,
il passero, gioia della mia fanciulla,
che ella amava più dei suoi occhi.
e ricorda che il passero non si muoveva mai dal grembo della sua padrona, ma pigolava (pipiabat) saltellando solo per lei.
Pigolare ed il latino pipiare si usano per il pulcino, ma per il passero ed il suo lieve canto noi preferiamo usare cinguettare, termine imitativo del verso del passero e di altri passeracei come la cincia e la cinciallegra, quest’ultima dal canto più fantasioso. Anche ciangottare s’usa per il passero, ma indica più propriamente l’esprimersi in modo stentato tipico dei bambini che iniziano a parlare.
Anche il Passero solitario, piccolo passeriforme dal colore marrone bluastro, se femmina, e blu scuro, se maschio, il quale diffonde il suo melodioso canto in località deserte e rocciose, sui campanili e sui vecchi tetti, è stato cantato dai poeti con due poesie intitolate Passero Solitario.
Una del Leopardi:
Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza
e l’altra del Pascoli:
Da un ermo santuario
Che sa di morto incenso
Nelle grandi arche vuote
Di tra un silenzio immenso
Mandi le tue tre note/
Spirito solitario.
Il cardellino, altro piccolo uccello dei passeriformi dal grazioso canto, con piumaggio variamente colorato in nero, giallo, rosso e bianco, che vive facilmente in cattività, è, invece finito in una canzone napoletana 'Reginella' del 1917 di Bovio e Lama:
Oje cardillo, a chi aspiette stasera?
Nun ‘o vvide? aggio aperta ‘a cajòla!
Reginella è vulata? E tu vola!
vola e canta... nun chiagnere ccà.
T’he ‘a truvà na padrona sincera
ch’è cchiù degna ‘e sentirte ‘e canta...
E’ il carduelem dei Romani, da cui il latino volgare *cardellum, che ha preso il nome dal carduus, cardo, pianta che il cardellino ama frequentare perché ghiotto dei suoi semi.
Il termine passero viene usato anche al femminile e non solo in senso malizioso, magari nel diminutivo passerina, ma anche per indicare altre specie della Famiglia Passeridae come la passera mattugia cosiddetta per il suo modo di spostarsi muovendo coda ed ali quasi fosse ubriaca: mattugio nel senso di scemo viene da matto a sua volta dal latino ma(t)tum che significava ubriaco. L’origine potrebbe essere da madidus (forse attraverso un dialettale *maditus), il cui significato era bagnato ma assunse poi anche quello di ubriaco. Madidus, da cui anche il nostro madido, viene dal verbo latino madere, essere bagnato, molle, ubriaco, da una radice indoeuropea *mad riscontrabile altresì nel verbo greco madáo, sono umido, molle.
Se matto nel senso di privo della ragione viene dal latino ma(t)tum, o, secondo altri, dal latino maccum, sciocco, scacco matto ha tutt'altra origine, derivando dal persiano Shāh, il re, māt, è morto. Il gioco degli scacchi nato probabilmente in India è di antichissima origine ed è giunto in Europa tramite il mondo arabo: come è noto il fine ultimo del gioco è quello di immobilizzare il re avversario, ovvero il pezzo più importante, facendo appunto scacco matto.
Seguendo la distinzione tra mattum e maccum, da mattum, nel senso di bagnato, impregnato d’acqua possono venire i termini matta, massa di metallo fuso, e mattone, laterizio impastato con acqua, mentre da maccum, scemo, oltre a matto si ha matta, la carta da gioco a cui si può attribuire qualsiasi valore. Partendo, invece, dal latino mateola, mazzuola, si può risalire al latino volgare *matteam, bastone e quindi mazza e da questo al latino volgare *mattare, abbattere a bastonate, da cui l’antico italiano mattare, ammazzare, con il conseguente mattatoio, che convive con il poco usato ammazzatoio e con macello, dal latino macellum, mercato alimentare di carne ed altro, a sua volta dal greco makellon, con il significato di recinto. A differenza di mattatoio, macello ha avuto un largo uso figurato e iperbolico: fare un macello, andare o mandare al macello, carne da macello, l’interrogazione è stata un macello, i partecipanti hanno fatto un macello, c’era un macello di gente.
Dallo spagnolo matanza, uccisione, da matar, ammazzare, abbiamo preso il nostro mattanza.
Sempre nell’ordine dei passeriformi, ma passando alla Famiglia Prunellidae, troviamo la passera scopaiola, che nidifica dove c’è una vegetazione densa ed ama frequentare gli arbusti di scopa, da cui il suo nome. Ma, ironia di un nome, l’etologo Danilo Mainardi nel suo “ La strategia dell’aquila “(Saggi Mondadori, 2000), di piacevole ed interessante lettura, ci racconta di una ricerca dell’università di Cambrige su una popolazione di 48 maschi e 31 femmine di passera scopaiola, aggregati sia in coppia sia, data la preponderanza dei maschi, in trio, ciascuno con un suo territorio. Ebbene è emerso che la femmina, in caso sia di monogamia sia di poligamia, non è affatto fedele, per cui il maschio “per essere sicuro di essere padre dei suoi figli, deve spendere un gran tempo presso la femmina, da un lato per tenerla d’occhio, dall’altro per mettere in fuga i possibili competitori” e ciononostante “la femmina, spesso e volentieri, riesce ad accoppiarsi con più d’uno”. Ma il maschio ha una tale ossessione che la femmina sia stata fecondata da un altro che durante il corteggiamento provvede in qualche modo a far pulizia di precedenti intromissioni di concorrenti. Infatti, “il maschio, col becco, stimola ripetutamente l’apertura cloacale della femmina, che si mette apposta a coda in su, ali abbassate, per ricevere quest’attenzione. Dopo un po’ tutta l’area si arrossa, si nota un movimento ritmico quasi la femmina spingesse verso l’esterno, e difatti dall’apertura esce una piccola masserella biancastra”. Ebbene si tratta di spermatozoi, frutto di un precedente accoppiamento.
La scopa di cui sopra - che ha dato il nome al gioco di carte, perché segna un punto il giocatore che, avendo carte omogenee a quelle in tavola, le prende spazzandole tutte - è un arbusto delle Ericacee, famiglia che comprende azalea, mirtillo, corbezzolo ed erica: di quest’ultima le specie più diffuse sono l’erica arborea, detta scopa maschio, con le cui pregiate radici si costruiscono pipe, e l’erica scoparia, o scopa femmina, con i cui rami si fanno scope. In latino con scopam si indicava il ramoscello di una pianta e con il plurale scopae l’attrezzo per pulire, in quanto formato da più ramoscelli. Ma il latino aveva anche un termine scopam con significato di osservazione, speculazione, dal greco scopé, osservazione, dal verbo scopéo, io osservo, che ha generato anche scopós, meta, scopo, bersaglio. Da qui abbiamo tratto, attraverso il tardo latino scopum, il nostro scopo ed una serie di termini composti come oroscopo (latino horoscopum, greco horoscópos), ovvero che osserva l’ora (latino horam, greco hóra, stagione) della nascita; telescopio, che osserva lontano (greco téle, a distanza); microscopio, che osserva il piccolo (greco micrós). E dal greco epíscopos, sorvegliante, attraverso il latino hepiscopum, abbiamo il nostro episcopo e, come esito popolare, vescovo.
L’attrezzo per pulire noi lo chiamiamo anche ramazza, termine piemontese (ramassa) che indica una scopa grossolana tessuta di rami; o anche granata, termine toscano così chiamato perché si ricava dalla saggina, graminacea con infiorescenze granate ovvero con molti grani. Con granata si indica anche il frutto del melograno detto appunto (mela) granata dal latino (malum) granatum per la presenza dei molti grani. Lo stesso nome è stato dato alla pietra preziosa per via del colore rosso ed al proiettile d’artiglieria per via della forma assomigliante a quella del frutto e perché anticamente conteneva grani di polvere. Granatina è lo sciroppo rosso e asprigno ottenuto spremendo i grani del frutto, ma indica anche la bibita a base di ghiaccio tritato con granatina o altro sciroppo.







