La cicala e il grillo
Sulle tracce delle parole: dal canto della cicala all’elica dell’elicottero
Cominciamo a dare un nome al canto della cicala, termine che viene dal latino volgare cicala dal latino classico cicada, voce imitativa (onomatopeica).
Si dice che le cicale, quando nelle soleggiate giornate d’estate emettono il loro tipico canto, friniscono [frinire viene dal latino fri(tin)nire, onomatopeico]. In realtà a frinire sono solo i maschi, i quali con uno speciale muscolo fanno vibrare una membrana che si trova in una cavità posta nell’addome ed il cui suono stridente viene amplificato da un’altra cavità più ampia che funge da cassa di risonanza: è il richiamo amoroso che prelude all’accoppiamento.
Ma il canto delle cicale può essere indicato pure con il verbo stridere, dal latino stridere, che, in quanto onomatopea, veniva usato per indicare vari suoni come il rumore di una sega, o il sibilo delle frecce che tagliano l’aria (Virgilio, Eneide XII, 961: striduntque hastilibus aurae, e l’aria sibila di frecce). E Lucrezio nella Natura, VI 148: ut calidis candens ferrum e fornacibus olim/ stridit, ubi in gelidum propere demersimus imbrem, ovvero, come il ferro incandescente, estratto dalla fornace accesa, stride all0rché lo immergiamo subito nell’acqua gelida.
In italiano stridere indica in generale mandare un suono acuto e sgradevole e può essere riferito a cose come il ferro rovente nell’acqua, l’olio bollente, o una porta che si apre o si chiude; oppure a persone che strillano o emettono grida acute; e, naturalmente, ad animali dalla cicala alla civetta, all’aquila, al cinghiale ferito, al topo, alle cornacchie. Ma possono stridere tra loro anche mobili di stile diverso, o il colore della cravatta con quello della camicia.
E dalla stessa base onomatopeica viene il latino strigem (greco stríx, stringós), il quale era un uccello notturno di cattivo auspicio che si credeva succhiasse il sangue dei bambini. Anche per noi la strige è un uccello notturno, ma non succhia più il sangue, attività che ha lasciato alla zanzara, ai vampiri e, metaforicamente, agli sfruttatori. E c’era una variante popolare strigam, che proprio per l’essenza malefica attribuita all’animale ha fatto assumere al termine strega il significato che dura tutt’oggi.
E stridere si utilizza anche per il grillo (dal latino grillus o gryllus di nuovo onomatopeico), il piccolo insetto nero in grado di saltare con le zampe anteriori, il cui maschio fregando le tegmine (ali anteriori indurite) emette il caratteristico suono stridulo formato di una sola nota ripetuta circa 200 volte al minuto.
Il termine tegmine, sostantivo femminile plurale che non tutti i dizionari registrano, viene dal latino ‘tegmina’ plurale di ‘tegmen’ o ‘tegimen’, copertura, rivestimento, dal verbo ‘tegere’, derivante da radice indoeuropea*(S)TEG ed avente, appunto, il significato di coprire, ricoprire. E’ difficile che chi ha studiato il latino non ricordi, magari per averli dovuti imparare a memoria, i primi versi della prima Bucolica di Publio Virgilio Marone : “Tytire, tu patulae recubans sub tegmine fagi / silvestrem tenui musam meditaris avena” (Titiro, riposando al riparo d’un ampio faggio / componi su un esile flauto un canto silvestre). Dal participio passato di tegere ‘tectus’ ci sono venuti, tramite i rispettivi termini latini, tetto (tectum) e tettoia (opera tectoria, opere che servono a coprire). La nostra tegola viene da tegulam, termine che aveva anche il significato di coperchio, dal quale passò ad indicare il recipiente senza manici per cuocere, quello che noi chiamiamo teglia (in passato era detta anche tegghia). Per il tegame, che invece i manici li ha, si può far riferimento al greco téganon, padella per friggere, attraverso il diminutivo tegánion.
Ma cosa succede quando si toglie il coperchio? In latino, come abbiamo visto, il verbo tegere significava coprire, per cui detegere significava scoprire, svelare e dal suo participio passato ‘detectus’ gli Inglesi hanno formato nel XVI secolo il verbo ‘to detect’, svelare segreti, da cui nel XIX secolo trassero l’espressione ‘detective policeman’ ovvero ‘il poliziotto che scopre, divenuto, poi, semplicemente detective, nel senso di agente investigatore, magari privato (private detective). Stessa origine ha lo strumento rilevatore ‘detector’ (dal tardo latino detector).
Al posto di tegmine si usa a volte il termine elitre, ma, in vero, le prime sono le ali anteriori divenute semicoriacee tipiche degli (insetti) ortotteri, quali i grilli e le cavallette, mentre le elitre (dal greco élytra neutro plurale di ‘élytron’, involucro dal verbo elýo, avvolgere) sono le ali anteriori indurite ed ispessite tipiche degli (insetti) coleotteri, quali lo scarabeo (latino scarabaeus, greco kárabos, scarafaggio e carabo, insetto dei carabidi dai colori brillanti), il maggiolino (da maggio, mese in cui compare) e la coccinella, la quale ha elitre vivacemente colorate, in genere rosse (da cui il nome scientifico coccinella da coccinus, greco kókkinos, colore scarlatto) o gialle con macchie nere. Le une e le altre, comunque, non hanno più traccia delle nervature ed hanno perso la funzione di organi del volo, assumendo quella di protezione dell’addome.
Dal verbo greco ‘elýo’ deriva anche il termine greco élix, fatto a spirale, attorcigliato, che ha generato il latino ‘helica’, spirale e, quindi, il nostro elica. Ma se vogliamo fare un giro in elicottero dobbiamo far ricorso al francese hélicoptère, aggiungendo all’elica anche un’ala, la quale in greco suonava, appunto, pterón . Quest’ultimo, che significava anche penna e piuma, viene da una radice *PETE, ‘tendere verso’ rintracciabile anche nel termine latino pennam, ala e nella sua variante dialettale pinnam, con il significato di penna, piuma e poi di ala (il nostro ‘tarpare le ali a qualcuno’ suonava in latino ‘alicui incidere pinnas’). E siamo così giunti alla penna, strumento di scrittura fondamentale per lo sviluppo della civiltà, che un tempo era costituito da una penna d’oca appositamente lavorata e che oggi assume le forme più varie.





