E veniamo alla rondine, leggendo un celebre sonetto del Petrarca, dove alla serenità e gioia della primavera si contrappone la tristezza del poeta:
Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena
e i fiori e l’erbe, sua dolce famiglia,
e garrir Progne, e pianger Filomena,
e primavera candida e vermiglia.
Ridono i prati, e ‘l ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia
l’aria, e l’acqua, e la terra è d’amore piena;
ogni animal d’amar si riconsiglia.
Ma per me, lasso!, tornano i più gravi
sospiri , che del cor profondo tragge
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;
e cantar augelletti, e fiorir piagge,
e ‘n belle donne oneste atti soavi
sono un deserto, e fere aspre e selvagge.
Laura, morendo, ha portato con sé le chiavi del cuore del poeta e, in conseguenza, il canto degli uccelli ed il fiorire dei prati e gli atteggiamenti (atti) soavi in donne di composta (onesta) bellezza sono per lui luoghi desolati (deserto) e fiere selvatiche.
Zefiro viene dal latino zephirus, dal greco zéphiros, vento d’occidente o dell’ovest o di ponente, dolce e tiepido che riporta la primavera (’l bel tempo rimena … e primavera candida e vermiglia). I Romani lo chiamarono favonius (favonio), dal verbo favere, favorire (la crescita), perché col suo tepore favorisce, appunto, lo sviluppo dei germogli. Al latino favonius si ricollega il tedesco föhn, che è un vento caldo e secco discendente sul versante di una catena montuosa verso le valli svizzere e tirolesi. Föhn fu usato come nome commerciale di un asciugacapelli elettrico (che produce, come il vento in questione, aria calda), da cui sono venuti fon, asciugacapelli, e la variante phon.
Zefiro torna e riporta la primavera “e garrir Progne e pianger Filomena”: garrisce la rondine (Progne)e piange (gorgheggia mestamente) l’usignolo (Filomena). Questo (in breve, ma non troppo) è quello che ci racconta Ovidio nel libro VI delle sue Metamorfosi, dove compaiono la rondine, l’usignolo e l’upupa:
Procne (Progne) e Filomela (Filomena) sono figlie di Pandione, re di Atene, il quale dà Procne in moglie a Tereo, potente e ricco re della Tracia. Al matrimonio non partecipano né Giunone, protettrice delle nozze, né Imeneo, dio del matrimonio, e neppure le Grazie, ma, in compenso, sono presenti le Eumenidi, bel nome che significa le ‘benevole’, di cui, però, è bene non fidarsi perché sotto vi si celano le Erinni, le Furie della mitologia italica:erano tre divinità (Aletto, Megera e Tisifone) dall’aspetto lugubre, punitrici delle ingiustizie e dei delitti degli uomini, le quali usavano terribili mezzi per punire i colpevoli. Quando. questi ultimi si pentivano e quindi le loro colpe erano purificate, le Erinni diventavano benevole, da cui l’altro nome di Eumenidi.
E, tornando al racconto, le Erinnisi danno un gran da fare al matrimonio, reggendo fiaccole rubate ad un funerale (faces de funere raptas) e preparando il letto nuziale: non bastassero le Erinni, sul letto si appollaia un gufo, noto uccello di malaugurio (bubo profanus). Insomma, questo matrimonio non lascia intravedere niente di buono né per gli sposi né per il figlio, Iti, che nascerà dalla loro unione. Ed, infatti, sembra che Procne i guai se li vada cercando. Dopo cinque anni di matrimonio sente la mancanza della sorella, Filomela, e convince Tereo a partire per andare a prenderla. Giunto ad Atene, mentre espone al suocero il motivo della visita, Tereo vede arrivare Filomela: splendida per il suo abbigliamento, ma ancor più per la sua bellezza. Per Tereo più che un colpo di fulmine è un incendio vero e proprio e l’uomo s’infiamma come le spighe a cui si appicca il fuoco, come si bruciano le fronde e le erbe riposte nei fienili. Preso da un amore senza freni (effreno captus amore), farebbe qualunque cosa pur di soddisfare la sua insana passione ed insiste con Pandione perché soddisfi il desiderio della figlia lontana. La fortuna lo aiuta ( si fa per dire, come vedremo) perché anche Filomela vuole rivedere la sorella e alla fine il vecchio re, pur con mille raccomandazioni, li lascia andare. Giunti in Tracia in tutta corsa, non fanno in tempo a scendere dalla nave che Filomela viene trascinata a forza da Tereo in un’alta stalla celata da antiche selve. Qui si consuma il sacrificio della vergine vittima, pecorella spaventata (agna pavens), che trema come colomba con le piume bagnate del proprio sangue timorosa di essere di nuovo ghermita. Poi Filomela reagisce e minaccia Tereo, il quale, irato ma anche spaventato che la donna possa rivelare il suo infame delitto, la lega e, mentre lei si dibatte ed urla, le taglia con ferocia la lingua, che a terra trema ancora e mormora e sussulta come la coda recisa del serpente, che, mentre muore, cerca ancora il corpo da cui è stata separata (moriens dominae vestigia qaerit) . Ma, si stenta a crederlo, Tereo sfoga ancora le sue voglie sul corpo straziato e poi torna dalla moglie raccontando, con le lacrime agli occhi, che Filomela è morta. Dolore e disperazione di Procne per la morte della sorella, la quale, però, dopo essere riuscita a tramare su una tela il delitto commesso da Tereo, la fa avere a Procne. Sgomenta la donna non mostra alcuna reazione con l’unico intento di punire il colpevole. Approfittando delle feste in onore di Bacco che si svolgevano di notte in quel periodo, Procne riesce a liberare la sorella con la quale progetta la vendetta. Mentre Procne trama con la sorella, arriva, ignaro, il figlioletto Iti: come assomigli a tuo padre (quam es similis patri!) gli dice la madre, mentre il bambino le porta le braccia al collo, e lei si commuove e piange: ama troppo il figlio, come può coinvolgerlo nella vendetta? Vacilla ma, alla fine, pensa che sarebbe un delitto aver pietà del marito (scelus est pietas in coniuge Tereo) e, come una tigre del Gange trascina il piccolo ancora lattante di una cerva per selve oscure, così Procne porta in un remoto angolo della casa il figlioletto, il quale vede ormai il suo destino e tende le mani e la invoca ‘mamma, mamma’, ma inutilmente. La vendetta si compie. Iti viene ucciso ed imbandito come pasto per il padre, che, ignaro, si ciba delle sue stesse viscere e chiede proprio di far venir il figlio: ‘intus habes, quem poscis’ ‘lo hai dentro, quello che cerchi’ gli dice Procne, ma lui non capisce e , allora, con un balzo si fa avanti Filomela e gli getta sul viso il capo insanguinato del figlioletto. L’uomo, che non aveva avuta alcuna pietà della giovane vergine, getta lontano il cibo con un urlo smisurato: vorrebbe squarciarsi il petto per vomitare le viscere ingerite e piange e chiama se stesso miserabile sepolcro del figlio, ma poi si getta con la nuda spada all’inseguimento delle due sorelle, i cui corpi sembrano, però, avere le ali e su queste esser sospese, cosicché l’una si muta in usignolo e se ne va verso i boschi e l’altra, mutatasi in rondine, vola sotto i tetti, mentre l’uomo per il dolore ed il desiderio di punirle rapido si muta nell’uccello con le creste sul capo ed un becco esagerato simile ad una lunga asta chiamato upupa.
Il mito presenta diverse varianti anche in merito al ruolo svolto dalle due sorelle ( sposa o cognata) e conseguentemente all’uccello in cui si trasformano: Petrarca fa riferimento a quella che vede Procne diventare rondine e Filomela usignolo.
In italiano abbiamo il nome Filomena, composto dei termini greci philo- (da philéo ‘amo’) e ménes (da méno ‘resto’), da cui il significato di ‘chi resta fedele all’amore’; il De Felice, nel suo Dizionario dei nomi italiani (Mondadori, Milano 1986), evidenzia che col nome Filomena “si è incrociato l’altro nome greco Philomela o Philomele”, di cui al nostro mito, “nome tradizionalmente ricollegato a mélos ‘canto, melodia, musica per canto’, quindi ‘dal bel canto (e in usi poetici Filomela o Filomena indica, per metonìmia, l’usignolo), ma in realtà composto con mélon,gregge, con il significato di ‘chi ha cura del gregge’ “.
Si dice che la rondine (dalla voce onomatopeica latina ‘hirundo‘) garrisce dal latino ‘garrire‘, termine di natura espressiva, che significava ‘chiacchierare, ciarlare’ e riferito agli uccelli in genere ‘cinguettare’; e s’usa altresì, pur se obsoleto, zinzilulare, fare il verso delle rondini, sempre dal latino zinzilulare, onomatopeico.
L’usignolo, animaletto vivace e dal canto dolcissimo, è il grande gorgheggiatore ed ha melodioso anche il nome, che viene dal latino parlato *lusciniolum, diminutivo di lusciniam, e la cui l- iniziale ad un certo punto è caduta perché interpretata come articolo. Il latino parlato aveva anche un *luxiniolum, da cui il provenzale rosinhol, che ha generato l’italiano rosignolo, d’uso letterario per usignolo. In francese l’usignolo si chiama rossignol.
Il latino lusciniam è di incerta etimologia: secondo alcuni potrebbe derivare dai termini latini luscus, privo di un occhio, guercio e canere, cantare, probabilmente perché l’usignolo usa cantare quando c’è poca luce (dal calar del sole fino alle prime luci dell’alba). Isidoro di Siviglia dice, invece, che il nome latino dell’usignolo, luscinia, sta ad indicare che con il suo canto annuncia la venuta della luce (del sole), ma questa etimologia sembra proprio infondata. Altri, infine, fanno riferimento al barbaro uso si accecare gli uccelli per migliorarne le qualità canore.
Il ruolo più antipatico tocca alla povera upupa (dal latino upupam, voce imitativa del monotono verso dell’animale), la quale vuoi per il grido lamentoso vuoi per l’odore disgustoso che emana il suo nido, a causa di una sostanza che l’uccello vi spruzza per tenere lontani i nemici, è stata considerata simbolo di malaugurio e morte e gli sono state attribuite (falsamente) abitudini notturne a somiglianza del gufo, tanto che il Foscolo così la descrive nei Sepolcri (vv. 81-86):
E uscir del teschio, ove fuggia la Luna,
L’ùpupa, e svolazzar su per le croci
Sparse per la funerea campagna,
E l’immonda accusar col luttuoso
Singulto i rai di che son pie le stelle
Alle obliate sepolture.
D’altronde già il Parni nel Giorno (Notte, xv. 14-16):
E upupe e gufi e mostri avversi al sole
svolazzavan per essi, e con ferali
stridi portavan miserandi auguri.
E’ vero che l’upupa emette un verso lamentoso (bu,bu,bu, o meglio puu-puu), simile a quello del gufo, ma in realtà è un uccello diurno e finalmente Eugenio Montale ha fatto giustizia delle calunnie sul suo conto con i celebri versi dalla raccolta ‘Ossi di seppia’:
Upupa, ilare uccello calunniato
Dai poeti, che ruoti la tua cresta
Sopra l’aereo stollo del pollaio
E come un finto gallo giri al vento;
Nunzio primaverile, upupa, come
Per te il tempo s’arresta,
Non muore più il Febbraio,
Come tutto di fuori si protende
Al muover del tuo capo,
Aligero folletto, e tu lo ignori.
E’, invece, animale notturno il gufo - simboleggiante una persona poco socievole - il quale emette un verso rauco indicato con i verbi gufare e bubolare dal latino bubulare, che significava fare bu bu ovvero, appunto, il verso del gufo chiamato in latino bubo: da una variante bufo l’attuale nome. Gufare e bubolare si usano anche per l’allocco (tardo latino uluccum), altro animale notturno dal grido considerato di malaugurio, simboleggiante una persona goffa e sciocca, ma non con riferimento alla sua stupidità, ché stupido non è, ma al suo aspetto, con grandi occhi rotondi che sembrano fissi e perdersi nel vuoto in particolare se abbagliati . E uluccum viene dal latino ulula, barbagianni, allocco, collegato ad una onomatopea indoeuropea che ha generato anche ululare (latino ululare) e urlare, esito popolare di ululare.




