Cominciamo con parto, latino partum, participio passato di parere, partorire, generare, produrre. Ma è il desiderativo di parere, ovvero parturire, dal significato di aver le doglie, star per partorire, che ha generato il nostro partorire. Leggiamo ancora una volta Orazio al verso 139 della Ars Poetica (l’Epistola ai Pisoni): “Parturient Montes, nascetur ridiculus mus”, le montagne hanno le doglie, ma nascerà un ridicolo topolino. Anche Fedro, riprende lo stesso concetto nella favola 24 del libro 4:
Mons parturibat, gemitus immanes ciens,
Eratque in terris maxima expectatio.
At ille murem peperit. Hoc scriptum est tibi,
Qui, magna cum minaris, extricas nihil.
Una montagna era nel travaglio del parto, emettendo gemiti mostruosi, ed in (tutte) le terre era massima l’attesa. Ma quella partorì un topolino. Questo è scritto per te, che, mentre prometti grandi cose, non trai fuori niente.
Nella forma stringata di Orazio è una sorta di proverbio, in realtà già noto ai greci e tuttora usato in varie lingue, che stigmatizza chi fa promesse roboanti che non vengono mantenute: ogni riferimento alle promesse elettorali dei politici di certi paesi è puramente casuale..
E veniamo al cesareo. Plinio il Vecchio (Caius Plinius Secundus), morto nel 79, a soli 56 anni, vittima dell’eruzione del Vesuvio, a cui si era avvicinato troppo, fu uomo dal multiforme ingegno e scrittore fecondo di opere quasi tutte andate perdute. Ci resta, però, quella che viene considerata il suo capolavoro, ovvero la Naturalis Historia, enciclopedia in 37 libri sullo scibile scientifico (astronomia, geografia, fisiologia, zoologia, botanica, …) che rimase testo di riferimento per tutto il medioevo. Plinio sosteneva che il nome latino ‘Caesar’ (Cesare) significasse ‘caeso matris utero’ ovvero (nato) ‘dall’utero tagliato della madre’: caesum, infatti, è il participio passato del verbo caedere, tagliare e con l’aggettivo caesareum è stata formata la locuzione latina ‘sectio caesarea’ ovvero il ‘taglio cesareo’ con l’uso di due termini, sectio e caesarea, derivanti dai due verbi che in latino significavano entrambi tagliare: seco (infinito secare) con il significato di segare, tagliare e caedo (infinito caedere), già visto sopra.
Se questa è l’origine storica del termine medico cesareo, resta, invece, dubbia l’effettiva etimologia del nome Caesar, anche se la tradizione come visto ha accettato l’opinione di Plinio. Altri, invece, fanno riferimento al sostantivo caesariem, capigliatura fluente, da cui l’aggettivo caesariatum, ovvero zazzeruto: zazzera, capigliatura maschile lunga, viene dal longobardo zazza, ciocca di capelli, ma è stato anche ipotizzato che sia voce alterata dello stesso termine latino caesariem.
Ma torniamo ai nostri due verbi, caedere e secare, i quali sono i capostipiti di due famiglie numerose, anche se caedere non ha avuto in italiano esiti diretti, bensì, come vedremo, solo attraverso i suoi composti latini.
Da secare abbiamo avuto segare (sega, segatura), secante, segmento, settore (latino sectorem), sezione ed altri ancora, tra cui insetto da insectum, participio passato di insecare (da in e secare), per cui gli insetti sono (animali) incisi, tagliati, con riferimento alle parti in cui è diviso il loro corpo (capo, torace, addome). Il latino insectum si rifà al modello greco éntomon, tagliato, inciso, cosicché gli insetti erano detti éntoma zoa, animali tagliati. Da éntomon con l’aggiunta di –logia (da logos, parola, discorso) viene entomologia, ovvero la parte della zoologia che studia gli insetti.
Ma secare ha generato anche il sostantivo latino sicium, con le varianti insicium (sempre da in e secare) e isicium, dal significato di ‘ripieno di carne trita’, il quale fusosi con l’aggettivo salsum, salato, ha dato vita, nel tardo latino, alla espressione farta salsicia, ripieno salato, neutri plurali, che con la caduta di farta e la reinterpretazione come singolare femminile è diventata la nostra salsiccia. E’ frequente l’uso popolare del termine salciccia per un probabile inserimento del termine ‘ciccia’ o, comunque, per la somiglianza con quest’ultimo, che, in conseguenza è stato assimilato. In ogni caso, finalmente qualcosa di buono.
Meno bene vanno le cose con caedere, dal quale abbiamo avuto cesoie e cesello, ma anche uccisione (da occidere, composto da ob, contro, e caedere), omicidio (latino homicidium, da homo, uomo e –cida, tema da caedere con il significato, nelle parole composte, di ‘uccisore’), suicidio, ovvero l’uccisione di se stesso, circoncidere (da circum e caedere, tagliare intorno), recidere, incidere, decidere (da de e caedere, tagliar via e, quindi, eliminare dubbi e perplessità) ed ancora l’atroce famiglia composta da patricida, matricida, fratricida, uxoricida, infanticida ed altri simili figuri, tra i quali uno dei pochi che mostra un aspetto un po’ più umano ed un’aura d’eroismo è il tirannicida. Per chiudere con maggiore serenità ricordiamo, infine, l’aggettivo caeduum, ceduo, ovvero ‘che si può tagliare’, il quale unito a bosco o ad albero indica che questi vengono tagliati periodicamente senza recare danni, bensì provocando il getto di nuovi germogli.
Ma i due verbi, che già abbiamo visto insieme nella locuzione ‘sectio caesarea’, sono arrivati ad unire i loro sforzi in una stessa parola, insetticida, composta da insetto (in e secare) e dal tema – cida da caedere, mettendoci a disposizione uno strumento molto utile in tempi di pappatàci e di zanzare tigri. Pappataci è un sostantivo maschile invariabile ed indica un insetto delle dimensioni di un moscerino, il cui nome viene da pappa, imperativo di pappare, e taci, imperativo di tacere, per via del suo volo silenzioso e delle punture che infligge succhiando il sangue e dalle quali può anche derivare la cosiddetta febbre da pappataci o dei tre giorni. Anche se con uso sempre meno frequente, pappataci indica anche una persona che, per proprio tornaconto o per quieto vivere, sopporta in silenzio situazioni umilianti. Si diceva, ad esempio, di un marito tollerante in silenzio l’infedeltà della moglie ricavandone un utile, uno cioè che mangia e tace. La voce infantile latina pappam, indicante un cibo semiliquido adatto ai bambini, ha generato la nostra pappa ed il verbo pappare, che ha assunto il significato di mangiare voracemente: ‘Er pappa’ nel dialetto romanesco è l’appellativo dato a chi vive alle spalle di una donna, in genere facendola prostituire.
Zanzara tigre è il nome dato da frequentatori del sud-est asiatico, di cui è originaria, alla specie Aedes albopictus, per la presenza di striature bianche sul corpo e sulle zampe ed anche per la sua particolare aggressività.








