Talismano e Amuleto
Simbologia, etimologia e storia di oggetti e gesti propiziatori e apotropaici.
Talismano è l’oggetto di varia natura ( pietra, metallo o altro) su cui sono incisi o scritti segni, figure o formule ed a cui vengono attribuite virtù magiche di protezione o di potere. Con lo stesso termine si indica anche la formula, la figura o il segno riportati sull’oggetto. In via estensiva si usa nel senso di portafortuna.
Talismano viene dal persiano tilisman, plurale di tilism (in arabo tilasm), che significa figura magica , oroscopo. Tilisman è stato preso dal greco bizantino tèlesma, in greco classico telesména, con il significato di cerimonia religiosa , cosa consacrata e derivante dal verbo teléo, che, tra gli altri significati, ha quelli di compiere un sacrificio, rendere perfetto e, quindi, consacrare, iniziare ai misteri. Nella nostra lingua è arrivato tramite il francese talisman.
Termine analogo è amuleto, che indica un oggetto, portato sulla persona o collocato in luoghi particolari, capace di proteggere da malattie, disgrazie e danni in genere. Amuleto viene dal latino amuletum, sulla cui incerta provenienza si avanzano due ipotesi: o dal verbo latino amolior - participio passato amolitus -, che significa allontanare, rimuovere, per cui potrebbe collegarsi con il tener lontano i mali; oppure, più probabilmente, dal greco ámulon, sorta di focaccia che si offriva sugli altari agli dei e sulle tombe agli spiriti dei defunti per renderli propizi.
I due termini tendono ad essere usati indifferentemente, anche se è stata tentata una distinzione, per il fatto che il talismano esprime prevalentemente una energia positiva, che non solo protegge ma ha il potere di far perseguire nel campo di interesse risultati al di fuori della norma, mentre l’amuleto è un tipico oggetto apotropaico, che, tenendo lontani malanni e disgrazie, esprime solo un’energia negativa. Apotropaico, infatti, significa “capace di allontanare influssi malefici” e viene dal greco apotrópaios dal verbo apotrépo, rimuovo, storno, composto di apó, lontano da, e trépo volgere.
Talismani e amuleti si possono classificare, in base alla provenienza, in naturali (pietra, parte di un animale, ecc.) e artificiali (manufatti), pur se un qualche intervento viene, comunque, effettuato anche su quelli naturali; o, ancora, a seconda dell’uso, in individuali e collettivi; o, infine, in base alle modalità di utilizzo, in portatili e fissi.
Tipico amuleto individuale e portatile è il cornetto, apotropaico, ciondolo a forma di piccolo corno che si porta a scopo scaramantico ed in mancanza del quale, in caso di urgenza, si può far ricorso al tipico gesto manuale. Per scaramanzia s’intende l’ atto o il gesto usati come scongiuro per liberarsi da qualcosa (ad esempio il malocchio) che si ritiene portatrice di male. Deriva, forse, per sovrapposizione di chiromanzia e negromanzia (o della relativa variante antica gramanzia), ambedue atti di divinazione, in greco manteía, la prima per prevedere il futuro di una persona dalla lettura delle linee della sua mano, in greco cheirós; la seconda per conoscere il futuro o cose nascoste evocando gli spiriti dei morti, in greco nekrós.
Le ”corna animali”, invece, sono un amuleto fisso, quando si appendono in casa a protezione della stessa. Le corna sono state nelle varie culture simbolo di potenza: basti pensare che le grandi divinità della fecondità sono caratterizzate proprio dalle corna dei grandi mammiferi ruminanti e che i guerrieri Galli, e non solo, usavano indossare elmi cornuti. Per quanto riguarda l’uso di drizzare contro il malocchio l’indice ed il mignolo della mano chiusa , lo stesso potrebbe derivare dal fatto che, nell’antica Roma, le donne portavano come amuleti un anello sia nell’indice sia nel mignolo, per cui per fare scongiuri drizzavano le due dita in questione, mantenendo chiuse le altre.
Lo stesso gesto invece che scaramantico può essere spregiativo, quando vuol significare che qualcuno ha o porta le corna a seguito dell’infedeltà del coniuge o dell’amante. Non è chiaro perché le corna siano considerate simbolo di infedeltà ma già lo erano per i Greci che usavano l’espressione “kérata poieín”, che corrisponde letteralmente al nostro “fare le corna” . Tralasciando le spiegazioni di origine mitologica, una ipotesi è che derivi dal becco - il maschio della capra fornito di notevoli corna – per il fatto che la capra cambia “accompagnatore” con notevole disinvoltura e nel disinteresse del becco. Gianfranco Lotti, invece, nel suo Dizionario degli insulti (Oscar Mondadori 1990), per il termine cornuto propone questa interpretazione, che provo a sintetizzare: nei confronti della disperazione del marito tradito, tutti gli altri, o al meno la maggioranza, assistevano alle sue vicissitudini familiari come se assistessero ad una tragedia a teatro. E tragedia in origine significava canto del capro, in quanto, pare, che gli attori fossero mascherati da caproni: in conseguenza, il tradito, per comparazione ai protagonisti-caproni, sarebbe stato chiamato trágon, capro, becco e, con riferimento al tipico attributo di questo, keratophóros, portatore di corna, ovvero, cornuto. E del cornuto ci sono due varianti: c’è, infatti, il cornuto e mazziato, il quale, oltre al danno, subisce anche le beffe; e il cornuto e contento, che della sua ‘disgrazia’ non solo non ne fa un dramma, ma, al contrario, cerca di ricavarne un utile. Ma il termine corno ha avuto anche esiti non offensivi. Con corno, infatti, si indica un antico strumento a fiato, originariamente fatto con corna di bue e in seguito di metallo: da questo antico strumento è nato per successivi perfezionamenti l’attuale corno di ottone, fornito anche di pistoni, ovvero di valvole che consentono di realizzare una scala cromatica completa. E corno ha dato il nome anche alla cornetta, strumento d’ottone a fiato sempre a pistoni simile alla tromba, ma dal suono acuto da soprano. Ma quello di maggior successo è il cornetto della mattina, che, unito al cappuccino, assicura la colazione a tante persone.
Ed infine, come esempi di talismani collettivi si possono ricordare i “palladi”, ovvero le statue di Pallade Atena che venivano conservate nelle antiche città come custodi della loro potenza ed a difesa comune. Tra questi il “Palladio di Troia”, che, secondo una leggenda, sarebbe stato salvato da Enea e trasportato nel Lazio e, quindi, custodito a Roma nel tempio di Vesta, uno dei più antichi e venerati nell’Urbe, al cui interno si trovava il “penus Vestae” (santuario del tempio di Vesta), sorta di reliquiario nel quale venivano conservate le cose “fatali” di Roma, quelle, cioè, che ne avevano fatto la fortuna.






